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La formazione e insegnamento Watch


La formazione e insegnamento Watch

Quello della foto, che ho scattato qualche inverno fa, è uno scorcio meraviglioso della mia città, Bergamo. Città Alta, per la precisione.

Quelle statue sono fortunate, per una serie di motivi. Anzitutto, sono belle. Poi, vivono in un posto che è un incanto.

Ma soprattutto, sopra a tutto, stanno lì e guardano. Dalla loro posizione privilegiata, baciate da un sole che si ricorda sempre di loro, hanno un colpo d’occhio come pochi su tutta la città bassa. E così, giorno dopo giorno, notte dopo notte, stagione dopo stagione, osservano la vita della città.

Poi vabbè, sono statue, e quindi la cosa per loro finisce lì (continuo a pensare che siano davvero fortunate, comunque ;-) ).

Ecco, penso che sia buona cosa, per chi insegna, essere a tratti come loro. I docenti hanno spesso questa tendenza al coinvolgimento, emotivo, affettivo, crocerossino, per cui si prendono a cuore tutto ciò che di buono e di oscuro c’è nei loro allievi. Tentano poi con ostinazione notevole di redimere l’oscuro, di far splendere il bello, di portare alla luce ciò che loro vogliono vedere. E’ tutto bello, e legittimo, ma fino a che punto?

Anni fa ho vissuto un’esperienza molto forte, almeno per me. Insegnavo inglese in una prima liceo. Classe molto bella, un paio di elementi turbolenti. Pian piano, sono riuscita ad avere l’attenzione di tutti. Tranne uno, R., che faceva una gran confusione ed era provocatorio ai limiti del tollerabile. Niente di quello che veniva proposto in classe sembrava interessargli, e nessun metodo sembrava convincerlo a fare quello che gli si chiedeva: studiare, sostanzialmente.

Un giorno mi sono sfogata con un collega, e gli ho detto: “Ma ti pare possibile che niente di quel che facciamo funzioni con lui? Con le buone, ci prende in giro. Con le cattive, ci ignora. Cosa ci rimane?”.

Il mio collega resta un attimo in silenzio, poi mi guarda, e sempre in silenzio inizia a camminare verso di me. Si avvicina a tal punto da costringermi a indietreggiare, fino a che mi trovo, letteralmente, con le spalle al muro. Poi mi dice “Cosa è successo qui, adesso?” “Son finita contro il muro, e francamente mi ha anche un po’ infastidita il tuo modo di fare.” “Ecco, vedi, questo è quello che accade con R. Possiamo insistere fin che vogliamo nel chiedergli di fare una cosa che a noi sembra giusta. Ma se lui non fa neanche un passo verso di noi, e noi continuiamo ad andare verso di lui con quella modalità, tutto quello che otterremo è spingerlo contro un muro. Quando si sentirà schiacciato, si libererà spingendoci via fortissimo. Avremo ottenuto il contrario di quel che avevamo in mente all’inizio.”

E allora watch, quelle statue. E noi insegnanti. Qualche volta prendere un po’ di distanza è sano, per tutti. Restare con la testa lì, dove c’è l’oscuro, ma guardarlo dal terrazzo, da un punto di vista diverso. Tre vantaggi, mi vengono in mente, ma forse sono anche di più:

  • avremo una visione d’insieme, cosa impossibile se si è troppo dentro un problema
  • lasceremo agli allievi la possibilità di scegliere: importantissimo con i grandi, e anche con i piccoli. Purché sia chiaro che ogni scelta porta con sé delle conseguenze, che non sono premi o punizioni, ma semplicemente conseguenze (questo è complicato, lo so, il meccanismo premio-punizione è ancora fortissimo in molti contesti di insegnamento. Sarebbe davvero bello sradicarlo così, come un’erbaccia, e sostituirlo con il meccanismo “sii responsabile di ciò che scegli di essere”)
  • eviteremo di essere spinti via con forza, perché troppo pressanti

E R.? Com’è finita? Eh, niente, è stato bocciato. E poi ha capito di poter scegliere. L’anno dopo non solo è stato promosso, ma anche a pieni voti. :-)

Nadia Fiamenghi
English Trainer